Ospite d’onore – Gabriele Di Matteo

Il controeditoriale de La Clessidra #5 2018

30 novembre 2018

Il tempo, la misura del tempo; cosa posso dire se non che mi rattrista, mi ossessiona, mi tormenta, mi perseguita e che non riesco mai a prenderlo sul serio?

A pensarci bene, non solo la misura ma anche la definizione del tempo è difficile da prendere sul serio. Quante ne esistono infatti? Nel tempo di una mostra* nell’anno 1994 provai a illustrare alcune di queste definizioni: il tempo meccanico, il tempo scientifico, fisico, il tempo filosofico, o più semplicemente il tempo di una vita, sia che questa cambi il mondo o che passi inosservata. Ma quella che allora meglio ne conteneva il significato più profondo era: “La misura del tempo è Arte Svizzera”. Era la scritta che avevo trovato in cima a un’immagine pubblicitaria, su una rivista degli anni Sessanta, in cui un orologiaio si concentrava sul suo lavoro mentre aggiustava un orologio. La misura del tempo, la sua definizione, è una questione su cui tutta la filosofia si è accanita fin dall’antichità e che è rimasta una delle più irrisolte. Averla trovata per caso su un’immagine pubblicitaria creava un paradosso, perché gli stessi termini – misura, tempo, arte – non sembravano in quel contesto avere lo stesso significato di quello dei filosofi, eppure si pronunciano nello stesso modo. Nel tempo passato tra la prima apparizione della tavola pubblicitaria su una rivista e la sua apparizione come immagine fotografica di grande formato in una mostra d’arte contemporanea, l’immagine, la stessa immagine, non comunicava più le stesse cose, ma evidenziava tutto l’ambiguo che lo scarto temporale tra i due eventi sembrava voler negare. E ora che ne parlo per una rivista che si occupa di orologi, altro tempo è passato. Tre eventi che si perdono e si ricreano nella definizione stessa del tempo.

Meglio continuare a non prenderlo sul serio, il tempo.

 

* “La mesure du temps”, 1994, Galleria ESCA, Milhaud, Francia

La terza dimensione

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